
di Anna Galdo
Giurista esperta in diritto costituzionale, europeo ed internazionale
Referente legale Gruppo Libra
Il Gruppo tecnico-popolare Libra nasce nel 2014 a seguito della sentenza costituzionale sul porcellum, per denunciare con pesanti accuse penali i politici al potere illegalmente.
Nel 2021, a seguito della reiterazione di leggi elettorali incostituzionali, ha riproposto alla Procura di Roma la denuncia per usurpazione di potere politico ed ha denunciato anche i reati compiuti nel periodo Covid.
Gruppo Libra non è un movimento, né tantomeno un partito politico, ma un gruppo di lavoro di tecnici e cittadini che lottano per la tutela dei diritti fondamentali ed il ripristino di democrazia e Costituzione:
www.libragtp.it
https://www.facebook.com/norimbergaitaliana/
La Corte costituzionale, con la sentenza 199/2025, ha ritenuto “non irragionevoli e non sproporzionate” le misure che hanno introdotto il green pass e l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni. Il punto critico non è solo il metodo di controllo, c’è qualcosa di davvero preoccupante che avrebbe dovuto allertare tutti i grandi costituzionalisti.
Il controllo, come illustra Luca Rossi nell’articolo che segue, rischia di ridursi ad un vaglio di mera plausibilità: la Corte, richiamando “le conoscenze medico-scientifiche disponibili al momento”, non pretende una motivazione verificabile sul nesso mezzo-fine, non chiarisce se il risultato finale osservato sia stato effettivamente perseguito e non svolge una comparazione esplicita con alternative meno invasive, né dà conto delle principali obiezioni tecniche, scientifiche e giuridiche emerse nel periodo pandemico. Il bilanciamento tra tutela della salute e compressione dei diritti fondamentali viene enunciato, ma non è reso controllabile nei suoi passaggi decisivi.
Quando la Corte rinuncia a rendere controllabile il bilanciamento, non sta decidendo: sta autorizzando.
Ma ciò che rende davvero pericolosamente innovativa la sentenza della Consulta è l’implicita novità giuridica introdotta nel nostro ordinamento: la salute, la libertà ed i diritti fondamentali di alcuni cittadini sono sacrificabili per tutelare, anche solo in via ipotetica, la salute e la vita di altri.
“La nostra lingua tedesca possiede appunto una parola che in modo mirabile esprime questa attività in modo preciso: adempimento del dovere; il che significa: non agire per sé, ma servire la collettività”, così amava dire Adolf Hitler.
Il richiamo storico non è un’equiparazione, ma un avvertimento contro una logica: subordinare l’individuo ad una collettività indefinita senza controllo stringente.
La nostra Costituzione, la sua esegesi, la sua lettura complessiva e trasversale non fa altro che smentire questo ideale di sacrificio dell’individuo o di un gruppo per una indefinita collettività.
Basti pensare alla tutela delle minoranze e dell’essere umano, cui si può derogare in casi isolatissimi e gravissimi, per espressa previsione di legge, con adeguato indennizzo in caso ne derivasse danno alla persona, anche secondo la giurisprudenza costituzionale concorde fino ad oggi.
La nuova Consulta inverte totalmente questa tendenza senza neanche esplicitarlo: se per le “conoscenze del momento” il governo ritenga di dover comprimere drasticamente i vostri diritti, o addirittura mettere in pericolo le vostre vite, cari italiani, siate pronti a sacrificarvi per i più fragili, o qualunque categoria si scelga come “collettività”.
Questa opinio iuris troverà sicuramente d’accordo la premier Meloni – non è un rilievo di parte: riguarda qualunque maggioranza di governo, presente o futura, compresi i suoi predecessori che hanno varato i provvedimenti sotto esame -, silenti di fatto i costituzionalisti, ma non può far tacere il Gruppo tecnico-popolare Libra, che, non a caso, ha scelto un titolo molto provocatorio ed una critica radicale, senza possibilità di composizione diplomatiche.
Ci sono volute due guerre mondiali e un olocausto perché le democrazie avanzate giungessero ad una compiuta tutela della persona umana e delle minoranze e disegnassero complessi equilibri costituzionali per difenderli dalla maggioranza.
Questa sentenza spazza via in poche e scarsamente argomentate righe 85 anni di progressi democratici. E’ proprio il caso di dire: mala tempora currunt.
La Consulta ha “timbrato” il Green pass
di Luca Rossi – Referente attivisti Libra
Con la sentenza 199/2025 la Corte costituzionale ha stabilito che green pass e obbligo vaccinale per gli over 50 erano “non irragionevoli” e “non sproporzionati”. Questa sentenza rappresenta un grosso problema che ci dovrebbe far alzare la testa.
Perché una cosa è utilizzare formule, un’altra è fare davvero quello che quelle parole presuppongono.
Dire “non irragionevole” non basta, se poi non si motiva dove risiede la ragionevolezza.
Dire “non sproporzionato” non basta, se poi non si dimostra la proporzionalità.
Non è un gioco di parole: è la differenza tra un controllo vero e un controllo che, di fatto, rischia di diventare un mero timbro su provvedimenti davvero gravi e inediti dai tempi del fascismo.
Il circuito chiuso
La sentenza richiama “le conoscenze medico-scientifiche disponibili al momento”.
È un criterio comprensibile: nessuno pretende che un giudice preveda il futuro.
Ma allora la domanda diventa inevitabile: quali conoscenze, scelte da chi, con quali limiti scientifici dichiarati, con quali incertezze, con quale reale libero confronto sulle obiezioni?
Se la politica delega di fatto e di diritto autorità tecniche e la Corte lo accetta senza un controllo sotto il profilo della trasparenza e della correttezza delle decisioni, dell’assenza di conflitti d’interesse e della effettiva libertà di scienza e coscienza, il controllo rischia di diventare a circuito chiuso: la “base tecnica” diventa lo scudo che blocca un reale vaglio costituzionale.
Qui non si sta neanche discutendo di “corruzione” o malafede. Si sta dicendo una cosa più semplice e più seria: se la Consulta abdica al controllo e alle motivazioni conseguenti, il controllo si svuota.
“Lo dice la scienza” non è un argomento costituzionale.
In uno Stato di diritto il processo decisionale deve essere chiaro anche nel vaglio:
Si stabilisce uno scopo,
Si valutano i diversi modi per raggiungere lo scopo,
Si valutano difficoltà e incertezze,
Si esplorano eventuali alternative meno invasive
Solo dopo ciò, se necessario, si può legittimare la compressione di fondamentali diritti costituzionali..
Se questa catena non è esplicita, succede il contrario: non è la Corte che dimostra “necessità e proporzione”, è il cittadino che deve subire la compressione dei propri diritti perché “lo dice la scienza”. Ma la scienza vera non è un blocco unico: è un metodo che si corregge, si discute, si aggiorna. Proprio per questo, quando diventa motivo di compressione di libertà e diritti fondamentali e vitali, occorre motivare di più, non di meno.
Quanto all’Efficacia la Corte afferma che “ci sono dati”.
Il punto non è: “esistevano dati?”. Il punto è: quali dati erano pertinenti allo scopo che giustificava l’obbligo, e con quale livello di certezza ragionevole si può passare da raccomandazione a coercizione?
A fine 2021 c’erano elementi contrari già noti e discussi, come ad esempio, la possibilità di infezione e trasmissione del covid anche tra vaccinati o il calo della protezione contro l’ infezione nel tempo: varianti che cambiavano lo scenario.
Certamente questo non equivale ad accertare che il vaccino fosse “dannoso”, ma impone di valutare anche la proporzionalità ed efficacia della misura al vaglio della Consulta, che avrebbe come minimo dovuto motivare perché misure meno invasive non sarebbero state sufficienti. Queste motivazioni doverose sono del tutto assenti nella sentenza.
Il paradosso sanitario
Il giudizio costituzionale ha origine dal fatto che in piena emergenza, quando più ce n’era bisogno, si è sospeso personale sanitario non vaccinato. Manca del tutto un bilanciamento: quale beneficio concreto? quale costo organizzativo ed umano? Perché non si sono ritenute sufficienti misure come test frequenti, DPI, riassegnazioni mirate?
Se queste domande restano sullo sfondo, “proporzionalità” diventa un’etichetta.
Perché non irragionevole non equivale automaticamente a ragionevole.
E non sproporzionato non da certezza di proporzionalità
Il diritto non è matematica: due negazioni non determinano una approvazione.
Non basta dire “non irragionevole” e “non sproporzionato” senza rendere controllabile il percorso che porta a questo giudizio, domani qualunque crisi potrà essere gestita allo stesso modo. Domani qualsiasi argomento tecnico potrebbe giustificare una crisi e una compressione grave di libertà e diritti, come quella contenuta nei provvedimenti che erano sotto esame della magistratura costituzionale.
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Leggi, condividi, schierati. Qui non si difende un’opinione: si difende il limite al potere.
